In tante PMI bresciane le persone passano ancora troppe ore su lavoro ripetitivo.

Io e il team di Not a Design Company entriamo in azienda, guardiamo i processi veri, scegliamo uno o due punti dove l'AI può togliere di mezzo lavoro manuale e in 30 giorni mettiamo in mano al team un prototipo che usa solo i dati dell'azienda.

Niente buzzword, niente promesse vaghe, solo lavoro concreto su problemi concreti, partendo da Brescia.

Il problema visto dall'interno, non dalle slide

Quando parlo con imprenditori e manager di PMI a Brescia, di solito la storia è sempre simile.

Non mi dicono "ci manca l'intelligenza artificiale". Mi dicono "non ho tempo", "la gente è piena di cose stupide da fare", "vorrei che le persone si concentrassero su quello che conta, ma veniamo risucchiati dalla gestione quotidiana".

Mentre tutti ripetono che l'AI è il futuro, la realtà è che più dell'80 per cento delle imprese italiane con almeno 10 addetti non usa ancora nemmeno una tecnologia di AI in modo strutturato. Non perché non ne riconosca il potenziale, ma perché nessuno si siede a guardare sul serio come funzionano le loro giornate.

È esattamente da qui che è nata Not a Design Company.

Se prendo una PMI "tipo" della zona e mi faccio una settimana di giri in azienda, quello che vedo è questo:

  • in amministrazione ore buttate su inserimento dati, portali vari, riconciliare numeri che dovrebbero già parlarsi tra loro;
  • nel customer service flussi di mail e telefonate con le stesse tre domande che tornano ogni giorno;
  • nel commerciale CRM aggiornato alla sera tardi, quando qualcuno trova mezz'ora di lucidità;
  • nell'HR un miscuglio di PDF, policy, fogli excel, firme, stampati che girano.

Non sono problemi "strategici". Sono problemi banali, ripetitivi, ma così incollati alla routine che nessuno ha il tempo di fermarsi e smontarli.

Nel frattempo, fuori dal capannone, il mondo discute di "modelli", "framework", "ecosistemi". Dentro, chiudere il mese senza impazzire resta la priorità.

Perché il modo classico di "fare AI" alle PMI non serve

Ci sono due approcci che vedo spesso.

Primo approccio: la consulenza classica. Arriva qualcuno, presenta tre parole importanti, propone un progetto lungo e costoso. Dopo mesi, magari hai un tool nuovo, ma nessuno lo usa davvero. Perché tocca poco o nulla della fatica quotidiana delle persone.

Secondo approccio: il fai da te con gli strumenti generici. Qualcuno in azienda inizia a usare un chatbot, automatizza un paio di cose, copia e incolla testi. Migliora qualcosina, ma rimane tutto fragile, dipendente da singole persone e lontano dai processi seri.

In comune hanno una cosa: si parla di "AI" come se fosse il soggetto. Per me, l'AI non è mai il soggetto. È un cacciavite. Il soggetto sono le 3 o 4 attività che stanno mangiando ore preziose ogni settimana.

Come lavoriamo noi: partire dai processi, non dalla tecnologia

Quello che facciamo in Not a Design Company è molto meno glamour, ma molto più utile.

1. Entriamo davvero in azienda

Prima di accendere qualsiasi modello, ci sediamo con chi lavora. Non solo con l'imprenditore o il direttore, ma con chi:

  • guarda fatture tutto il giorno,
  • risponde al telefono,
  • aggiorna tabelle,
  • gestisce richieste dei colleghi.

Di solito parto da domande molto terra terra:

  • "Qual è la cosa più ripetitiva che fai ogni settimana?"
  • "Cos'è che ti fa perdere la pazienza più spesso?"
  • "Se potessi buttare un task dalla finestra, quale sarebbe?"

Da lì si inizia a mappare il flusso, con carta e penna se serve. Senza pensare ancora all'AI. Solo per vedere dove si incastra il lavoro.

Alla fine di questa fase, mi interessa avere poche cose molto chiare: in quali punti il processo si rompe, quante ore si mangiano quei pezzi, quali dati abbiamo già in casa per affrontarli.

Questo è il contrario di "partiamo da un use case standard". Ogni azienda ha le sue idiosincrasie, e vanno rispettate.

2. Un prototipo in 30 giorni o niente

La seconda regola che mi sono dato è semplice: se dopo un mese non hai qualcosa che il team può usare, abbiamo sbagliato strada.

Il percorso tipo è questo:

  • Prima settimana: definiamo con precisione il pezzo di processo su cui lavorare e quali dati usa davvero;
  • Seconda e terza settimana: costruiamo il sistema, lo colleghiamo dove serve, lo facciamo girare con dati veri;
  • Quarta settimana: lo facciamo usare alle persone per cui è stato pensato, raccogliamo feedback, sistemiamo.

Non è un concetto astratto, è molto pratico. L'obiettivo iniziale non è "fare una piattaforma definitiva", ma far dire alla persona che prima faceva tutto a mano: "ok, ora questa parte ci mette molto meno e sbaglio di meno".

Se quella frase non arriva, non mi interessa quanta AI ci sia sotto, per me non è un buon lavoro.

3. L'AI lavora solo sui tuoi dati

C'è un altro punto a cui tengo parecchio: zero improvvisazioni quando si toccano clienti, soldi, documenti.

Tutto quello che costruiamo è pensato per funzionare a partire dai dati dell'azienda: documenti interni, procedure, policy, mail, database, quello che già esiste. Il modello va a cercare lì dentro, non tira fuori risposte creative campate per aria.

In pratica, se una risposta non trova appigli nei tuoi file, preferisco che il sistema dica "non lo so con certezza" invece di inventarsi qualcosa di autorevole ma falso.

Questo vale a maggior ragione su temi come compliance, HR, contratti e in generale in tutti i casi in cui un errore verbale può diventare un problema serio.

I tre pilastri: perché facciamo più di "progetti AI"

Not a Design Company non è solo "una AI agency" nel senso classico. È un incrocio di tre cose che si parlano tra loro ogni giorno.

Pilastro 1: AI Agency

Qui c'è la parte in cui entriamo nelle PMI e lavoriamo fianco a fianco con chi manda avanti i processi.

Ogni progetto nasce da un problema molto concreto, tipo:

  • "Le persone in amministrazione non ce la fanno più a gestire la fatturazione"
  • "Perdiamo lead perché nessuno riesce a stare dietro alle richieste in tempo"
  • "Nessuno ha mai tempo di aggiornare il CRM, ma poi i dati incoerenti ci fanno perdere colpi"

Su questi problemi decidiamo insieme dove ha senso mettere AI, quali pezzi vanno toccati per primi e come facciamo a non bloccare l'operatività durante l'implementazione.

Pilastro 2: Siti e prodotti digitali

Ti dico la verità: tante aziende arrivano a noi per il sito, non per l'AI.

Va benissimo così. Lavorare sul sito o su una web app ci fa vedere come l'azienda comunica, quali informazioni passano tra reparti, quali strumenti usa già.

Costruire siti e applicazioni ci ha dato una base tecnica solida e, soprattutto, ci ha fatto conoscere dall'interno le logiche delle PMI con cui lavoriamo. Questo rende più naturale poi introdurre un pezzo di AI che non viene percepito come "cosa aliena", ma come evoluzione di strumenti che già usano.

Pilastro 3: Prodotti SaaS verticali

C'è poi una categoria di problemi che vedo in quasi tutte le aziende:

  • domande ripetitive su regole interne, documenti, obblighi legali;
  • telefonate che seguono sempre lo stesso copione;
  • richieste standard che oggi passano comunque da persone che potrebbero fare altro.

Per queste aree stiamo costruendo prodotti specifici, due in particolare:

  • Un assistente di compliance che studia i documenti reali dell'azienda e aiuta a rispondere alle domande interne in modo chiaro, con la pagina specifica da cui prende le informazioni;
  • Una receptionist intelligente che risponde al telefono, capisce cosa vuole chi chiama, propone appuntamenti, prende i dati giusti e non perde il contatto per dettagli banali.

Sono strumenti che nascono da conversazioni ripetute con imprenditori e responsabili d'area. Non da brainstorming in astratto su "cosa potrebbe fare l'AI".

Perché Brescia non è un dettaglio

Il fatto di essere nati e cresciuti a Brescia non è una nota di colore. Influenza il modo in cui lavoriamo.

Qui se qualcosa non funziona, te lo dicono subito. Se un progetto blocca la produzione anche solo per un giorno, non è "una criticità da gestire", è un problema che si sente in busta paga.

Questo ti obbliga a:

  • non vendere promesse che non puoi mantenere,
  • non fare progetti "per il gusto di dire che hai l'AI",
  • ragionare sempre in termini di tempo risparmiato, errori in meno, rotture di scatole tolte.

In parallelo, l'adozione dell'AI in Italia sta raddoppiando anno su anno, ma la grande massa delle PMI è ancora ferma ai primi esperimenti. È un momento strano: chi parte ora con progetti fatti bene ha un vantaggio enorme, chi aspetta troppo rischia di trovarsi schiacciato da chi usa meglio il proprio tempo.

Se lavoriamo insieme, cosa succede davvero

Se ci sentiamo per la prima volta, non ti chiedo che modello vuoi usare.

Ti chiedo dove senti che il tuo tempo o quello delle persone migliori viene sprecato, quali attività ripetitive ti tengono sveglio la sera quando pensi al futuro dell'azienda, quanto sei disposto a cambiare davvero un processo, non in teoria ma nel quotidiano.

Da lì non partiamo con slide, partiamo con un pezzo di flusso vero.

Se quello che vediamo ha senso per entrambi, ci diamo un obiettivo molto semplice per i successivi 30 giorni: togliere di mezzo un blocco di lavoro manuale, misurando quante ore libere lascia al team e quanto diventa più difficile "tornare indietro" una volta che ci si è abituato al nuovo modo di lavorare.

Se alla fine del mese ti sembra di non aver cambiato niente, non è il progetto giusto. Se invece ti ritrovi a dire "ok, ora questa parte fila molto più liscia", allora sappiamo da che punto spingere.

Il resto viene dopo.